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📌 Fake news COVID-19: quando il falso orienta la salute

Le fake news durante il COVID-19 non sono state un semplice rumore informativo, ma una contaminazione del criterio di realtà. Questo articolo analizza come disinformazione, frammenti veri deformati e falsa certezza abbiano interferito con fiducia, rischio, vaccini e decisione sanitaria.

Tavolo ingombro di documenti, grafici, giornali e appunti, con uno smartphone aperto su un flusso di notizie.

Autore: Redazione · Creato: 26/04/2026 18:15

🧪 Fake news COVID-19: quando l’informazione perde il metodo

Durante la pandemia di COVID-19, la disinformazione non ha agito come semplice rumore laterale. Ha funzionato come una seconda crisi, parallela a quella biologica: una crisi della distinzione tra dato, interpretazione e decisione. Il virus colpiva i corpi; la fake news colpiva il criterio con cui una società decide che cosa è vero abbastanza da orientare un comportamento sanitario. Questo articolo analizza il fenomeno non come difetto morale di chi sbaglia, ma come struttura informativa: un insieme di narrazioni, frammenti veri deformati, false equivalenze, sospetti sistematici e semplificazioni aggressive. Il punto decisivo è che la scienza moderna non procede per certezze immediate, ma per correzione pubblica dell’errore. La fake news, al contrario, trasforma l’incertezza in accusa, il dato parziale in prova assoluta e la complessità in racconto chiuso.

🦠 Una pandemia biologica dentro una pandemia informativa

Il COVID-19 è stato prima di tutto un evento biologico: un’infezione causata da SARS-CoV-2, virus respiratorio a RNA, capace di produrre quadri clinici molto variabili, dalla forma asintomatica alla malattia grave. Su questo piano agiscono virologia, immunologia, epidemiologia, diagnostica e medicina clinica. Tuttavia, una pandemia non è mai soltanto un fenomeno molecolare. Diventa immediatamente un evento sociale, istituzionale, comunicativo e politico, perché ogni dato biologico deve essere tradotto in decisioni: testare, isolare, vaccinare, proteggere i fragili, allocare risorse, comunicare rischi.

La fake news entra precisamente in questo passaggio. Non modifica direttamente il genoma del virus, non altera la struttura della proteina Spike, non cambia da sola la capacità di una terapia di funzionare. Modifica però la condizione umana dentro cui la risposta sanitaria deve operare: fiducia, percezione del rischio, adesione alle misure, accettazione della vaccinazione, capacità di distinguere un dato provvisorio da una menzogna.

Per questo la disinformazione sanitaria non va trattata come semplice opinione errata. In una crisi epidemica, un’informazione falsa può diventare un fattore comportamentale. Se induce una persona a rifiutare una misura utile, a ritardare una diagnosi, a usare terapie prive di base clinica o a interpretare ogni aggiornamento scientifico come frode, allora entra nel circuito materiale della salute pubblica.

🔍 Che cosa significa “fake news” in ambito sanitario

Il termine “fake news” è utile sul piano divulgativo, ma è insufficiente se non viene definito con precisione. Nel contesto sanitario conviene distinguere almeno tre livelli. Il primo è la misinformation: informazione falsa o inaccurata diffusa anche senza intenzione deliberata di ingannare. Il secondo è la disinformation: informazione falsa o manipolata diffusa con intenzione strategica, per profitto, potere, consenso, destabilizzazione o controllo narrativo. Il terzo è la malinformation: informazione magari fondata su elementi reali, ma usata in modo decontestualizzato, distorto o dannoso.

Durante il COVID-19, molte fake news non erano costruzioni totalmente inventate. Una parte rilevante funzionava attraverso una tecnica più sottile: prendere un frammento vero e deformarne il significato. Un evento avverso raro diventava “prova” della pericolosità generale dei vaccini. Il fatto che un vaccinato potesse contagiarsi diventava “prova” che il vaccino fosse inutile. Un cambiamento nelle raccomandazioni diventava “prova” che la scienza avesse mentito. Un errore comunicativo istituzionale diventava “prova” dell’esistenza di un piano nascosto.

Questa forma è più resistente della bufala pura, perché conserva una traccia di realtà. Non inventa il mondo dal nulla: lo piega. La sua forza non sta nella totale falsità, ma nella falsa architettura interpretativa costruita sopra dati selezionati.

Pietra miliare. La fake news sanitaria più pericolosa non è sempre quella interamente inventata. Spesso è un frammento reale privato di contesto, trasformato in prova assoluta e inserito in una narrazione chiusa. Il problema non è solo la falsità del singolo dato, ma la struttura logica che lo manipola.

⚙️ La struttura tecnica della deformazione

Una fake news sanitaria efficace segue spesso una sequenza riconoscibile. Prima isola un dato. Poi elimina il denominatore. Successivamente rimuove il contesto clinico, statistico o temporale. Infine produce una conclusione emotivamente forte. Il risultato è una frase semplice, facilmente condivisibile, apparentemente concreta, ma metodologicamente vuota.

Un esempio tipico riguarda gli eventi avversi. In farmacovigilanza, un evento segnalato dopo una vaccinazione non equivale automaticamente a un evento causato dal vaccino. Serve valutare frequenza attesa nella popolazione, plausibilità biologica, distribuzione temporale, confronto con gruppi non esposti, qualità della segnalazione e riproducibilità del segnale. La fake news cancella questa catena e sostituisce l’analisi con una scorciatoia: “è successo dopo, quindi è successo a causa di”. È la forma classica della fallacia post hoc.

Un altro esempio riguarda il rischio relativo e il rischio assoluto. Un aumento relativo può apparire enorme se comunicato senza base numerica; un rischio raro può sembrare dominante se presentato senza confronto con il rischio della malattia. La disinformazione prospera dove i numeri vengono separati dal loro campo di misura. Una percentuale senza popolazione di riferimento, senza intervallo temporale e senza confronto è un numero orfano: produce impressione, non conoscenza.

La distorsione può anche agire sul linguaggio tecnico. Termini come RNA, immunità, infiammazione, trombosi, sperimentale, emergenza, variante, mutazione o anticorpi vengono caricati di suggestione e usati come oggetti retorici. Il lessico scientifico resta in superficie, ma perde la sua funzione operativa: definire, misurare, distinguere.

🧠 Perché l’incertezza scientifica viene scambiata per inganno

La medicina moderna lavora quasi sempre dentro l’incertezza. Questo non significa arbitrio. Significa che le decisioni vengono prese usando il miglior quadro disponibile in un dato momento, con possibilità di revisione quando arrivano nuovi dati. Nelle prime fasi di una pandemia, questa dinamica è ancora più evidente: cambiano le conoscenze sul virus, cambiano le varianti, cambia la disponibilità dei test, cambiano le evidenze sui trattamenti, cambiano gli strumenti preventivi.

La fake news sfrutta una vulnerabilità culturale: molte persone immaginano la scienza come un blocco di certezze finali. Quando vedono una raccomandazione cambiare, non la interpretano come aggiornamento del modello, ma come contraddizione sospetta. In questo punto nasce una frattura epistemica: la scienza considera la revisione un segno di forza; la disinformazione la presenta come confessione di colpa.

Il punto razionale è netto. Una linea guida che cambia non dimostra automaticamente che la linea guida precedente fosse fraudolenta. Può indicare che il quadro empirico è cambiato, che nuovi studi hanno ridotto l’incertezza, che il rapporto rischio-beneficio è stato rivalutato o che la situazione epidemiologica non è più la stessa. Il problema non è il cambiamento in sé, ma la qualità della giustificazione che lo accompagna.

Quando la comunicazione istituzionale non spiega bene questa dinamica, lascia spazio a una lettura paranoide della correzione. Dove manca la pedagogia dell’incertezza, entra la retorica del sospetto.

Pietra miliare. L’incertezza non è il contrario della scienza. È il materiale che la scienza lavora. La fake news diventa potente quando riesce a far credere che ogni aggiornamento sia una menzogna e che ogni prudenza sia una prova nascosta.

📊 Fatti accertati, modelli interpretativi e limiti

Fatti accertati. Le principali istituzioni sanitarie internazionali, tra cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità, hanno riconosciuto il COVID-19 come accompagnato da una infodemia: un eccesso di informazioni vere, false, incomplete o fuorvianti capace di rendere più difficile la risposta pubblica. Studi scientifici pubblicati durante e dopo la pandemia hanno documentato la presenza di disinformazione su origine del virus, mascherine, vaccini, terapie, dati di mortalità e misure restrittive. Alcuni lavori sperimentali, come quello di Loomba e collaboratori pubblicato nel 2021 su Nature Human Behaviour, hanno osservato una riduzione dell’intenzione vaccinale dopo esposizione a contenuti disinformativi sui vaccini COVID-19.

Ipotesi e modelli attuali. Il modello più solido interpreta la fake news pandemica come fenomeno socio-tecnico: non nasce solo dall’ignoranza individuale, ma dall’interazione tra vulnerabilità cognitive, sfiducia istituzionale, algoritmi di amplificazione, identità di gruppo, polarizzazione politica e scarsità di alfabetizzazione statistica. Un secondo modello utile è quello della “riconfigurazione”: molte false narrazioni non inventano integralmente il contenuto, ma ricombinano dati reali in modo fuorviante.

Limiti e incertezze. Misurare l’effetto causale diretto di una fake news su un comportamento reale resta difficile. Non ogni persona esposta a disinformazione cambia comportamento; non ogni esitazione vaccinale deriva da fake news; non ogni critica alle politiche sanitarie è disinformazione. Inoltre, una parte rilevante della circolazione informativa avviene in spazi privati o semi-chiusi, difficili da analizzare con precisione: chat, gruppi, canali, reti informali.

Questa distinzione è necessaria. Se tutto viene chiamato fake news, il termine perde precisione. Se invece si rifiuta di riconoscere la disinformazione come fenomeno reale, si lascia disarmata la risposta sanitaria. Il criterio corretto è analitico: verificare il contenuto, il contesto, la fonte, la proporzione del rischio, il tipo di inferenza e la disponibilità alla correzione.

🧬 La falsa equivalenza tra opinione e prova

Uno dei meccanismi più corrosivi della fake news è la falsa equivalenza. In una discussione pubblica, un trial clinico, una revisione sistematica, una sorveglianza epidemiologica, un post personale, una testimonianza emotiva e un video virale possono apparire come “voci” sullo stesso piano. Ma nel metodo scientifico non tutte le fonti hanno lo stesso peso.

La medicina moderna costruisce gerarchie di evidenza non per autoritarismo, ma per controllo dell’errore. Un caso individuale può essere importante come segnale iniziale, ma non basta per stimare un rischio generale. Una correlazione può suggerire una pista, ma non dimostra causalità. Un’ipotesi biologicamente plausibile può orientare la ricerca, ma non sostituisce la verifica clinica. Una testimonianza può raccontare un’esperienza reale, ma non misura l’incidenza di un fenomeno nella popolazione.

La fake news cancella queste differenze. Porta tutto sul terreno della narrazione immediata. Il medico isolato diventa più credibile dell’intero sistema di revisione perché appare “coraggioso”. Il video emotivo diventa più efficace di un report perché ha volto, voce, paura. Il grafico privo di contesto sembra più oggettivo di un’analisi prudente perché produce un’impressione visiva di precisione.

Qui il danno non è soltanto informativo. È educativo. Una società che perde la capacità di pesare le fonti diventa vulnerabile non solo su un tema specifico, ma su qualunque crisi futura.

🧩 La retorica del frammento vero

Il frammento vero è il metallo grezzo della fake news sofisticata. Non serve negare che esistano eventi avversi, errori istituzionali, interessi economici, conflitti politici o comunicazioni sbagliate. Esistono. La questione è che cosa se ne fa. Il metodo scientifico li analizza in rapporto a frequenza, causalità, alternative, confronto e proporzione. La fake news li trasforma in simboli totali.

La differenza è strutturale. Dire che un vaccino può avere effetti avversi rari è un’affermazione compatibile con la medicina. Dire che, poiché esistono effetti avversi, l’intera campagna vaccinale sia una frode, è un salto logico. Dire che alcune restrizioni siano state discutibili è una critica politica legittima. Dire che ogni misura sanitaria sia stata progettata per instaurare controllo permanente è una narrazione cospirazionista, salvo prove straordinarie che devono essere dimostrate con standard altrettanto straordinari.

La fake news vive di questo salto: dal particolare al totale, dal possibile al certo, dal raro al dominante, dall’errore al complotto. La sua logica è una deformazione del metodo: trasforma il dato in sospetto, non in conoscenza.

Una lettura razionale deve invece mantenere la materia nella forma corretta. Un dato isolato non è una struttura. Una coincidenza temporale non è una causalità. Una criticità reale non è una prova universale. Un’eccezione non diventa legge perché produce indignazione.

🧭 La tesi falsificabile

La tesi centrale può essere formulata in modo verificabile: se l’esposizione a fake news sanitarie durante il COVID-19 ha avuto un impatto reale, allora dovremmo osservare variazioni misurabili in almeno alcuni indicatori: intenzione vaccinale, fiducia nelle autorità sanitarie, percezione del rischio, adesione alle misure preventive o propensione a condividere contenuti falsi.

Il criterio di falsificazione è altrettanto chiaro: se studi osservazionali, sperimentali e comparativi non mostrassero alcuna associazione robusta tra esposizione a disinformazione e questi indicatori, oppure se l’effetto scomparisse controllando per fattori come fiducia pregressa, istruzione, appartenenza politica e accesso ai servizi, allora la tesi dell’impatto autonomo delle fake news dovrebbe essere ridimensionata.

Le evidenze disponibili non autorizzano una lettura monocausale. Non si può dire che la disinformazione spieghi da sola l’esitazione vaccinale o il rifiuto delle misure. Sarebbe un errore simmetrico a quello che si vuole criticare. Tuttavia, i dati disponibili rendono difficile negare che la disinformazione abbia avuto un ruolo misurabile nella formazione di atteggiamenti e intenzioni sanitarie.

Il punto più robusto non è “la fake news controlla le persone”. Il punto è più preciso: la fake news modifica l’ambiente cognitivo in cui le persone valutano rischio, autorità, prova e decisione. Non sostituisce tutti gli altri fattori, ma li contamina.

Pietra miliare. Una tesi scientificamente onesta non deve trasformare la fake news in causa unica. Deve trattarla come fattore interferente: una variabile che agisce insieme a fiducia, istruzione, appartenenza sociale, accesso alle cure e qualità della comunicazione pubblica.

🏛️ Il ruolo delle istituzioni e il problema della fiducia

Le istituzioni sanitarie non possono limitarsi a pubblicare dati corretti. Devono renderli leggibili, contestualizzati e aggiornabili. Durante una pandemia, la fiducia non è un ornamento comunicativo: è infrastruttura sanitaria. Senza fiducia, test diagnostici, vaccini, isolamento, tracciamento, raccomandazioni cliniche e misure preventive perdono efficacia sociale.

La fiducia però non si pretende. Si costruisce con trasparenza, coerenza, ammissione dei limiti, chiarezza sui cambiamenti, accessibilità del linguaggio e separazione netta tra dato scientifico e scelta politica. Quando questa separazione si confonde, la scienza viene caricata di decisioni che appartengono anche alla politica, all’etica, al diritto e all’organizzazione sociale.

Questo non assolve la disinformazione. Ma spiega perché essa trovi varchi. Ogni comunicazione ambigua, ogni numero senza contesto, ogni promessa eccessiva, ogni correzione non spiegata diventa materiale grezzo per la narrazione falsa. La fake news non crea sempre il vuoto: spesso lo occupa.

Una comunicazione pubblica matura dovrebbe dire con precisione che cosa si sa, che cosa non si sa, che cosa è probabile, che cosa è incerto, quale decisione viene presa e con quale criterio sarà rivista. Non è una comunicazione debole. È una comunicazione scientificamente adulta.

⚖️ Critica legittima e disinformazione: la linea di separazione

Una società democratica deve poter criticare le decisioni sanitarie. Obblighi, restrizioni, pass, priorità vaccinali, chiusure, comunicazione governativa e allocazione delle risorse sono temi discutibili. La critica documentata è parte del controllo pubblico del potere. Confondere ogni critica con disinformazione sarebbe un errore grave.

La linea di separazione non passa tra consenso e dissenso. Passa tra metodo e manipolazione. Una critica legittima dichiara le fonti, distingue fatti e giudizi, accetta la revisione, riconosce i dati contrari, mantiene proporzione tra prova e conclusione. La disinformazione seleziona soltanto ciò che conferma la tesi, rifiuta ogni confutazione, usa eccezioni come regole generali, sostituisce la prova con il sospetto e trasforma l’avversario in nemico morale.

Questa distinzione è essenziale anche per proteggere la scienza. Il metodo scientifico non chiede obbedienza cieca. Chiede criteri. Chi critica con criteri rafforza il campo della realtà. Chi manipola dati, parole e paure lo indebolisce.

🌐 Implicazioni e connessioni interdisciplinari

La prima connessione è con l’epidemiologia. Un comportamento collettivo modificato da informazioni false può alterare adesione a test, vaccinazione, isolamento e misure preventive. Questo non significa che ogni epidemia sia guidata dalla comunicazione, ma che la comunicazione entra tra i determinanti della risposta.

La seconda connessione è con la psicologia cognitiva. Bias di conferma, ragionamento motivato, bisogno di controllo, paura, identità di gruppo ed effetto familiarità spiegano perché una narrazione falsa possa diventare resistente anche davanti a correzioni successive. Una bufala ripetuta molte volte non diventa vera, ma può diventare cognitivamente familiare.

La terza connessione è con l’informatica sociale. Le piattaforme digitali non sono spazi neutri: selezionano, ordinano, raccomandano, amplificano. Un contenuto emotivamente potente può circolare meglio di un contenuto accurato perché genera reazione, commento, condivisione e appartenenza.

La quarta connessione è con il diritto. Limitare la disinformazione sanitaria pone problemi reali di libertà di espressione, responsabilità delle piattaforme, moderazione dei contenuti e tutela della salute pubblica. La soluzione non può essere una censura indistinta, ma nemmeno un abbandono totale dell’ambiente informativo alla manipolazione.

La quinta connessione è con la filosofia della scienza. Il COVID-19 ha mostrato che la questione non è solo “quali dati abbiamo”, ma quale idea di prova possiede una società. Dove la prova viene sostituita dal sospetto permanente, il metodo scientifico non viene confutato: viene reso socialmente inoperante.

🧱 Limiti, incertezze, domande aperte

Il primo limite riguarda la misurazione. Non è semplice stabilire quanto una singola fake news abbia modificato un comportamento concreto. Le persone non sono contenitori passivi: arrivano all’informazione con convinzioni, paure, esperienze, appartenenze, condizioni economiche e livelli diversi di fiducia.

Il secondo limite riguarda i canali privati. Molta disinformazione circola in chat, gruppi chiusi e reti informali. Questo rende difficile costruire dataset completi e confrontabili. Le analisi pubbliche intercettano solo una parte del fenomeno.

Il terzo limite riguarda la definizione stessa di disinformazione. Alcune affermazioni sono chiaramente false. Altre sono incomplete, premature, distorte, eccessivamente semplificate o formulate in modo ambiguo. Tra errore, ipotesi sbagliata, opinione infondata e manipolazione deliberata esistono zone intermedie.

Il quarto limite riguarda la risposta. Il debunking è necessario, ma spesso arriva dopo la diffusione della narrazione falsa. Il prebunking, cioè la preparazione preventiva al riconoscimento delle tecniche manipolative, appare più promettente, ma richiede educazione stabile, non interventi episodici.

La domanda aperta più importante è questa: come si costruisce una cultura pubblica capace di tollerare l’incertezza senza trasformarla in paranoia? La risposta non può essere solo tecnica. Deve unire educazione scientifica, responsabilità comunicativa, trasparenza istituzionale, qualità del giornalismo e alfabetizzazione digitale.

Limite metodologico. Questo articolo tratta le fake news COVID-19 come fenomeno documentato e rilevante, ma non attribuisce loro un potere assoluto. L’impatto della disinformazione va sempre letto insieme a fattori sociali, politici, economici, culturali e sanitari.

🜂 Sintesi finale

Le fake news durante il COVID-19 hanno mostrato una frattura più profonda della semplice presenza di notizie false. Hanno rivelato quanto sia fragile il passaggio tra dato e significato, tra incertezza e decisione, tra esperienza personale e prova pubblica. Una società può possedere laboratori, vaccini, ospedali, database, linee guida e tecnologie avanzate; ma se perde il criterio con cui valuta l’informazione, la risposta sanitaria si indebolisce nel suo punto invisibile: la fiducia razionale nel metodo.

Il metodo scientifico non è un idolo da difendere con formule solenni. È una procedura di disciplina del pensiero. Chiede di distinguere ciò che è osservato da ciò che è dedotto, ciò che è probabile da ciò che è dimostrato, ciò che è possibile da ciò che è frequente, ciò che è accaduto dopo da ciò che è stato causato da.

La fake news distrugge proprio queste distinzioni. Mescola livelli, comprime tempi, cancella denominatori, sostituisce la complessità con un colpevole, trasforma il dubbio in sospetto e il sospetto in identità. Per questo non è solo un errore informativo. È una corrosione del patto epistemico che permette a una società di decidere davanti al rischio.

Il COVID-19 ha reso visibile una lezione severa: la medicina moderna non vive soltanto nei laboratori e negli ospedali. Vive anche nello spazio pubblico, nella qualità delle parole, nella precisione dei numeri, nella capacità di correggere, nella forza di dire “non lo sappiamo ancora” senza consegnare quel vuoto alla menzogna. Lì si decide una parte essenziale della realtà condivisa.

Bibliografia

  • Titolo
    Combating Online Health Misinformation: A Professional’s Guide to Helping the Public
    Autore
    Alla Keselman, Catherine Arnott Smith, Amanda J. Wilson
    Editore
    Rowman & Littlefield Publishers
    Anno
    2022
    ISBN
    9781538162200
    Nota
    Guida professionale al contrasto della disinformazione sanitaria online, utile per bibliotecari, comunicatori, operatori sanitari e divulgatori.
  • Titolo
    Communicating COVID-19: Interdisciplinary Perspectives
    Autore
    Monique Lewis, Eliza Govender, Kate Holland
    Editore
    Palgrave Macmillan
    Anno
    2021
    ISBN
    9783030797348
    Nota
    Volume interdisciplinare sulla comunicazione pubblica durante la pandemia, con sezioni dedicate a media, fake news, social network e strategie istituzionali.
  • Titolo
    COVID-19 Disinformation: A Multi-National, Whole of Society Perspective
    Autore
    Ritu Gill, Rebecca Goolsby
    Editore
    Springer
    Anno
    2022
    ISBN
    9783030948245
    Nota
    Volume collettivo sulla disinformazione COVID-19, con prospettiva comparativa internazionale e analisi delle dinamiche sociali, informative e strategiche.
  • Titolo
    The Infodemic: Disinformation, Geopolitics and the Covid-19 Pandemic
    Autore
    Gabriele Cosentino
    Editore
    Bloomsbury Academic
    Anno
    2023
    ISBN
    9780755640737
    Nota
    Studio sul rapporto tra disinformazione, geopolitica e narrazioni emerse durante la pandemia COVID-19.
  • Titolo
    The Infodemic: How Censorship and Lies Made the World Sicker and Less Free
    Autore
    Joel Simon, Robert Mahoney
    Editore
    Columbia Global Reports
    Anno
    2022
    ISBN
    9781735913681
    Nota
    Analisi giornalistico-saggistica del rapporto tra pandemia, controllo dell’informazione, libertà di stampa e disinformazione.
  • Titolo
    Viral BS: Medical Myths and Why We Fall for Them
    Autore
    Seema Yasmin
    Editore
    Johns Hopkins University Press
    Anno
    2021
    ISBN
    9781421440408
    Nota
    Testo divulgativo-scientifico sui miti medici, la pseudoscienza sanitaria e i meccanismi con cui la disinformazione medica si diffonde.

Glossario

Disinformation
Informazione falsa, manipolata o decontestualizzata diffusa con intenzione strategica di ingannare, orientare comportamenti o produrre sfiducia.
Nel contesto sanitario può interferire con prevenzione, diagnosi, vaccinazione e fiducia pubblica.
Fallacia post hoc
Errore logico per cui si presume che un evento sia causato da un altro solo perché avviene dopo di esso.
È frequente nelle false correlazioni tra vaccinazione ed eventi successivi.
Farmacovigilanza
Sistema di raccolta, analisi e valutazione delle segnalazioni di eventi avversi associati a farmaci o vaccini.
Una segnalazione temporale non dimostra automaticamente un rapporto di causalità.
Infodemia
Sovrabbondanza di informazioni, vere, false, incomplete o fuorvianti, che durante una crisi sanitaria può ostacolare decisioni corrette.
Il termine è usato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Misinformation
Informazione falsa o inaccurata diffusa senza che sia necessariamente dimostrabile l’intenzione deliberata di ingannare.
Può nascere da errore, semplificazione impropria o cattiva interpretazione dei dati.

Fonti web

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Autore: Redazione · Creato: 26/04/2026 18:15 · Ultima modifica: 26/04/2026 22:50